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GLI SCOPI DEL SITO

wc logoIl sito Workingclass intende essere uno strumento di studio e di ricerca sui temi del lavoro, delle sue condizioni, del suo senso oggi, delle prospettive di ricomposizione sociale, partecipazione e di lotta delle lavoratrici e dei lavoratori.

La struttura e, soprattutto, la documentazione attualmente presente è un punto di partenza, una sorta di cristallo di agglomerazione, che – se riuscirà a crescere – dovrebbe permettere:

  • Una circolazione di informazioni nella forma di documentazione e di commenti
  • Una organizzazione della documentazione tale da soddisfare uno studio sui temi trattati da parte di chiunque lo intenda fare e da parte del collettivo che gestisce il sito
  • La produzione di vademecum e istruzioni all’uso utili per lavoratori interessati.



dececcoNon solum aurum barbaris minime praebeatur, sed etiam, si apud eos inventum fuerit, subtili auferatur ingenio. (Cod.Iust., 2, 63) Cioè: “Non solo non bisogna dare oro ai barbari, ma, caso mai ce lo avessero, bisogna usare ogni sottigliezza per portarglielo via”.

E' la citazione del Codice di Giustinianoche apre Moneta e impero di Marcello De Cecco, libro che dimostra la fedeltà a tale massima dell'Impero Britannico nei rapporti con l'India, che la Gran Bretagna indusse ad usare l'argento, che stava perdendo valore, e non l'oro, come riserva, e che riempì di esportazioni e di titoli di Stato britannici. Ma, si direbbe, gli imperi quella massima l'hanno seguita e la seguono tutti.

Marcello De Cecco, economista, studioso della finanza e della storia della finanza e dell'industria in Italia e altrove è morto il 2 marzo scorso. Nato a Lanciano, in Abruzzo, nel 1939, aveva studiato a Parma e a Cambridge e insegnato in Italia (a Siena, a Roma, da ultimo alla Normale di Pisa e alla Luiss), in Inghilterra, negli Stati Uniti.

E' stato, ed è per la eredità di scritti che lascia, molto importante per chi voglia capire come vanno le cose al mondo. Parlava a bassa voce De Cecco, quasi borbottando, ma era ironico e tagliente; scriveva con chiarezza, senza reticenze e senza faziosità. Spiegava i fatti economici come effetti delle condizioni date e delle azioni di soggetti ben identificati, come governi, banche, aziende, non di entità impersonali, come il mercato o la razionalità economica. Aveva una competenza così approfondita e riconosciuta da non aver bisogno di ostentarla. Non usava mai argomenti teorici per sostenere la sua tesi ma ricostruzioni degli atti dei protagonisti. E' stato profondamente contrario alla teoria e alla pratica del neoliberalismo, quanto Gallino. Ha firmato di recente lettere e appelli, dalla lettera dei 300 economisti del 2010 che evocava la possibilità della rottura dell'Eurozona, a “Invertire la rotta” del 2013, al Presidente della Repubblica, Napolitano, e a quello del Consiglio, Letta, ma pensava che l'Euro fosse stata una buona idea gestita male.

 

Oltre a Moneta e impero, ha scritto i due volumi di storia della banca per la collana storica della Banca d'Italia e vari altri. Ha curato, per Donzelli, e introdotto, il volume su Le privatizzazioni nell'industria manifatturiera italiana, con Dringoli e Affinito, e quello su La moneta unica europea, con Garofalo. Ha collaborato a lungo (con una interruzione, per dissenso, credo, anni fa) con Repubblica e ha raccolto gli articoli in più volumi. Insieme con Caffè, di cui era corregionale, Graziani, e Lunghini, è stato un punto di riferimento per economisti più giovani (come Brancaccio e Pianta, con cui ha collaborato) e per noi, uomini della strada, che cerchiamo di farci un'idea della realtà, per cambiarla, se si può, ma intanto per capirla.

 

Per dare un'idea, a chi non lo abbia seguito quindicinalmente o mensilmente su “Affari e Finanza”, delle sue tesi e del suo modo di ragionare, citerò qualche brano da alcuni suoi articoli, messi in rete da Vittorio Rieser anni fa e perciò facili da copiare, e da suoi libri e introduzioni, su temi che hanno coinvolto “Lo straniero”.

L'Ilva di Taranto. Pubblico/privato.

Dai molteplici segni che si leggono oggi, l’industria italiana dell’acciaio rischia di fare la fine di quella della chimica di base, scomparsa alla fine degli anni Settanta in un turbine di casi giudiziari, incertezze e liti politiche, in un contesto congiunturale mondiale tra i più sfavorevoli. Queste condizioni ci sembra si ripresentino tutte nel caso odierno dell’acciaio.” Nuovi grandi produttori, come la Cina, ma anche la Turchia e molti altri, sono entrati nel mercato, in questo settore indispensabile per l'industrializzazione. “Ma il consumo di acciaio, tradizionalmente, dipende dall’andamento di due settori, quello delle costruzioni sia di infrastrutture che di immobili industriali, commerciali e abitativi, e quello metalmeccanico.” Questi settori sono in declino. C'è perciò sovracapacità, in Europa e in Italia. “In Europa la domanda di prodotti siderurgici ha ristagnato sin dall’inizio della crisi, e la capacità di mantenere posizioni da parte dei produttori siderurgici italiani, come d’altronde di quelli tedeschi, è dipesa in maniera essenziale dalla loro capacità di esportare in quelle parti del mondo, i paesi emergenti, dove la crisi ha colpito assai meno.

 

… Fino al 2012 hanno mostrato di riuscirci, ma alla fine dell’anno scorso anche quello sbocco ha mostrato segni seri di esaurimento.” Sarebbe stato necessario puntare sulla qualità. “... la produzione invece era aumentata e ... anche il rendimento dell’impresa era cresciuto per i suoi proprietari. Questo era stato ottenuto mediante una decisa riduzione del livello di sofisticazione della produzione dell’acciaieria di Taranto. I Riva sembravano decisi a massimizzare la quantità rispetto alla qualità, a volersi dunque dirigere verso prodotti sempre più tipici dei paesi nuovi arrivati nella produzione siderurgica, mentre i manager di stato, sull’esempio della siderurgia tedesca, avevano cercato di adottare la strategia opposta. Notammo, come segni di questa svolta, l’aumento degli operai all’Ilva dei Riva, che coincideva con la decisa riduzione dei quadri e dei dirigenti. Meno investimenti, produzione di scarso valore, basata su manodopera di non elevata specializzazione, esportazioni sempre più in concorrenza con paesi emergenti.” “ L’Ilva non ha alcun legame col principale centro italiano di ricerca siderurgica. Il problema principale di questa strategia è che essa confligge, specie nel caso di produzioni naturalmente inquinanti, il cui impatto ambientale può essere ridotto solo con massicci investimenti, con il tentativo contemporaneo del nostro paese di ridurre il livello di inquinamento di origine industriale, mediante leggi proprie o adozione di leggi e regolamenti dettati dalla Unione Europea, che persegue gli stessi fini. A Taranto questo conflitto si è manifestato con tale violenza da essere infine rilevato dalla magistratura, che deve fare rispettare le leggi nel frattempo approvate o i regolamenti Ue adottati.”(3 giugno 2013) In effetti il dispositivo della sentenza contro i Riva è un minuzioso elenco di tecniche alternative disponibili.

 

E come la mettiamo con il pubblico inefficiente e conservatore e il privato tecnicamente innovatore? Cito dalla introduzione del volume sulle Privatizzazioni: “Nei quasi 2500 anni per i quali possediamo una storia economica di qualche affidabilità, proprietà privata e proprietà pubblica si sono ciclicamente spostate a mo' di onda, coprendo e scoprendo varie zone della ricchezza patrimoniale e produttiva dei paesi di cui meglio conosciamo la storia. All'affidamento a privati di attività patrimoniali e produttive...assimilabili al nostro concetto di proprietà, sono seguite fasi di ritorno alla proprietà, o almeno al possesso e dominio pubblico...In questa sede basta richiamare l'oscillazione stessa tra forme di proprietà per evocare il relativismo che deve informare ogni attenzione a questa problematica.” Non c'è nulla di naturale, né di evolutivo, nel passaggio da pubblico a privato. Tutto dipende dal settore, dai modi, dagli interessi, dai principi.

La moneta comune. La BCE.

Non stupisce che l'autore di Moneta e impero, ben consapevole dei vantaggi di avere una moneta propria forte, di riserva, trovasse l'Euro una buona idea e trovasse pericoloso uscirne, come ha testimoniato Brancaccio nel suo necrologio. Né che abbia valutato positivamente il sistema tedesco di integrazione tra banche locali e industria. Ma tutto dipende dai modi, dalle circostanze, dall'uso che si fa del potere sulla moneta e del credito. Cito da due interventi del 13 e del 27 maggio del 2013, a proposito delle scelte politiche di Draghi e delle difficoltà delle piccole e medie aziende italiane. Dopo aver citato le lodi di Marcello Messori a Draghi, aggiunge: “Draghi mostra la sua aderenza alla visione del mondo di Francoforte e Berlino, secondo la quale l' Unione monetaria è composta di paesi virtuosi e peccatori. La virtù consiste nell'accettare gli sviluppi in atto nell'economia mondiale, che mettono i paesi europei in concorrenza con paesi emergenti nei quali il welfare è inesistente o ridotto all'osso e i livelli salariali enormemente inferiori a quelli europei, mentre i tassi di crescita vanno dal 5% in su, contro i quasi immobili equivalenti europei. La virtù consiste nel ridurre in maniera sostanziale alcune conquiste della civiltà europea degli ultimi 50 anni per riuscire ad affrontare e battere i nuovi concorrenti. Tedeschi ed altri nordici che fanno parte dell'Unione Monetaria Europea e hanno, secondo Draghi, preso il coraggio a due mani e trangugiato l'amara medicina.

 

Ora sono fuori dal guado, mentre i membri meridionali dell'Unione, inclusi i meridionali onorari come l' Irlanda e i meridionali potenziali come la Francia e, pare, l' Olanda, non si decidono a tagliare la spesa pubblica e ridurre la tassazione in maniera da recuperare competitività. Draghi è del tutto conscio e afferma chiaramente che quel che manca oggi in Europa anche più di un livello confortevole di consumi privati, è un vigoroso flusso di investimenti. … Manca del tutto, ed è ragionevole dato il ruolo istituzionale del personaggio, un qualsiasi riferimento al tasso di cambio dell'euro e al suo ruolo. Ma Draghi per statuto non deve occuparsene. D'altronde, lo Statuto della BCE, strano oggetto frutto di difficili intese politiche e guerre tra banchieri centrali ed altri protagonisti della politica economica, non l' ha scritto lui. Sono le autorità politiche a doversi occupare di questo problema, assumendosi le proprie responsabilità. Ma non sembrano inclini a farlo, aspettando le emergenze per intervenire. Il che sarebbe il metodo europeo di decisione, sperimentato dal 1956 in avanti. Forse è il caso di ripensarlo, questo metodo.” Altrimenti: “Le banche continuano a rifiutarsi di prestare alla clientela privata, specie ora che le autorità monetarie mondiali assicurano l' arrivo di un' era di moneta facile stabile e duratura e le banche possono fare bei guadagni speculando sul mercato dei titoli pubblici, che infatti ha preso a correre ricordandoci le bolle recenti.” Non stupisce che De Cecco abbia previsto tra i primi la crisi del 2008. Non bisognava aspettarsi da lui ricette salvifiche. Si poteva contare sempre, però, sulla esplicita denuncia delle colpe dei governanti.

Dire ciò che è rimane l'atto più rivoluzionario

E' la citazione di Rosa Luxemburg che apre l'ultimo libro di Gallino; ed avrebbe potuto essere il motto di Marcello De Cecco. Ricordo, qualche decennio fa, come si capisce dai nomi degli oratori, la sua conclusione ad un convegno sul passivo della bilancia dei pagamenti italiana che era ricomparsa in quel periodo, dopo decenni di attivo. Nerio Nesi, importante banchiere socialista, aveva deprecato il passivo. Ventriglia, vecchio e potente banchiere democristiano, aveva replicato che il problema storico dell'Italia (come ora della Germania) era il surplus. Loro, i finanzieri di governo, avevano avuto il merito di sterilizzare il surplus creando l'industria chimica italiana. De Cecco, che presiedeva, aveva concluso, letteralmente in cinque minuti, dicendo che Ventriglia ci aveva spiegato che siamo tutti figli di mamma e che anche noi, giustamente, avevamo diritto ad una industria chimica di base. “La domanda è: stava proprio scritto che bisognava rubarci tanto?”

 

 

Sì; ci mancheranno i suoi commenti autorevoli e sferzanti.

 

 

Francesco Ciafaloni – pubblicato da “Lo Straniero”

14 marzo 2016