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GLI SCOPI DEL SITO

wc logoIl sito Workingclass intende essere uno strumento di studio e di ricerca sui temi del lavoro, delle sue condizioni, del suo senso oggi, delle prospettive di ricomposizione sociale, partecipazione e di lotta delle lavoratrici e dei lavoratori.

La struttura e, soprattutto, la documentazione attualmente presente è un punto di partenza, una sorta di cristallo di agglomerazione, che – se riuscirà a crescere – dovrebbe permettere:

  • Una circolazione di informazioni nella forma di documentazione e di commenti
  • Una organizzazione della documentazione tale da soddisfare uno studio sui temi trattati da parte di chiunque lo intenda fare e da parte del collettivo che gestisce il sito
  • La produzione di vademecum e istruzioni all’uso utili per lavoratori interessati.



migranti uomini donne

Ce ne andiamo

con dieci centimetri

di terra secca sotto le scarpe

con mani dure, con rabbia, con niente …

Noi siamo le giacche appese nelle baracche nei pollai d'Europa.

Franco Costabile, Il canto dei nuovi emigranti

(intero nel terzo link)

Il mondo non sta fermo e non stanno fermi gli esseri umani. Qualunque ragionamento sulle migrazioni, sui paesi, o regioni, di emigrazione e paesi, o regioni, di immigrazione, sulle loro condizioni di vita, deve partire dalla constatazione che gli uomini si sono sempre spostati ma che i punti di partenza e di arrivo sono cambiati radicalmente in tempi relativamente brevi. Che la ricchezza o la povertà dei paesi, le condizioni di vita, sono cambiate in tempi altrettanto brevi; così brevi che anche persone ragionevolmente informate possono non avere presente la rapidità dei mutamenti.

Il Rapporto sul Tasso di Sviluppo Umano dell ONU del 2013 (primo link) che ha come tema dominante la crescita del Sud del mondo (Brasile, Cina e India) rispetto al Nord (Canada, Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Stati Uniti) ci ricorda in un grafico che due secoli fa, nel 1820, il Sud produceva metà della produzione del mondo mentre il Nord ne produceva il 20%. Il sorpasso del Nord sul Sud è avvenuto nel 1860, l’anno dell’Unità d’Italia. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il Nord produceva un po’ più del 50% e il Sud il 10% del totale. Oggi il Sud è al 30% e alla vigilia del risorpasso.

Per quel che riguarda le condizioni di vita bisogna solo consultare l’Annuario delle Statistiche Storiche dell’Istat per scoprire che nel 1900, un anno di travolgente emigrazione verso l’Europa settentrionale e le Americhe, l’età mediana alla morte degli italiani era di poco più di 5 anni. Cioè circa la metà degli italiani moriva prima dei 5 anni. Nel 1922, anno di censimento oltre che di inizio del fascismo, l’attesa di vita in Puglia ed Abruzzo era di poco più di 40 anni; in Piemonte era di 52 anni – un quarto della vita in più. Nessun paese africano, neanche la Repubblica Centroafricana è messa oggi così male. Sono tempi remoti per un giovane, non per un vecchio. Nel ‘22 mia madre, che era del 1903, ed era maestra, insegnava in un paese dei Monti della Laga da due anni. In una, rarissima, foto con una sua classe (pluriclasse fino alla terza), negli anni trenta, metà dei ragazzini è scalza.

Anche il livello d’istruzione è cambiato molto rapidamente, in Italia, in Europa, in Nordafrica.

Nel ‘51 i laureati in Italia erano l’1% della popolazione; i diplomati il 3,3%; con la licenza media il 5,9%; con quella elementare il 30%; alfabeti senza titolo il 46,3%; analfabeti il 13,5%.

I dati dell’istruzione di oggi, solo 65 anni dopo, ritenuti troppo bassi rispetto all’Europa, disegnano un paese molto diverso da allora, ma non tanto diverso dalla Libia e dal Marocco, soprattutto se ci si limita ai giovani.

Nel ‘37, quando sono nato io, a tre anni dall’ingresso nella Guerra Mondiale, molti giovani italiani erano già in guerra. Erano in Etiopia per completarne la conquista e reprimerne la resistenza – il massacro di 2.500 monaci a Debra Libanos è del maggio del ‘37 – erano in Spagna, con il corpo di spedizione italiano, a sostenere il golpe militare di Franco. Erano in Catalogna e in Spagna con le Brigate Internazionali (i foreign fighters di allora) a sostenere la Repubblica, contro Franco e l’esercito del proprio paese. Con loro era uno dei sindacalisti che sono il simbolo del nostro paese: Giuseppe di Vittorio.

Sbagliamo a guardare al mondo che ci circonda come a una massa indistinta di poveri, ignoranti, lontani secoli dal nostro benessere e dalla nostra cultura, che possiamo respingere se siamo realisti o accogliere se siamo buonisti. Sono solo paesi con più giovani e più violenza, paesi di origine di migranti, come siamo stati noi fino a ieri.

 

Migrazioni in Italia

Sembra ieri che si arrivava qui dal Veneto e dal Sud. E’ stata una invasione, molto più numerosa e meno istruita, in media, di quella che arriva oggi. Allora come oggi si arrivava al centro, occupando in troppi case vecchie, e si cercava casa in periferia, in frenetico sviluppo, in case costruite da altri migranti, senza regola, senza rispetto. Ci sono stati piani regolatori a Torino e nei comuni della cintura; mai un piano dell’area metropolitana. Da cui gli orrori che fanno piangere ogni volta che si va a Nichelino o si passa il confine delcomune verso Collegno o Grugliasco. Il vecchio manicomio di Collegno, oggi sede dei servizi epidemiologici, è parte della storia della città e della Cgil, per il contributo dato alla sua chiusura, anche contro i propri iscritti infermieri, perché il rispetto per gli esseri umani viene prima del lavoro di alcuni. Oggi è quasi irraggiungibile per istrada, perché dritto è solo Corso Francia, da cui è difficile uscire. Con la Metropolitana e poi a piedi va molto meglio, se conosci i sovrappassi e i sottopassi.

Allora c’era lavoro, anche se duro e conflittuale. Ma se i sindacati, che si ricostruirono dalle fondamenta, non avessero trattato i nuovi come i vecchi, sarebbe stata la guerra civile. La CdL di Torino parlava piemontese. E, del resto, i nuovi in fabbrica e in città, imparavano il piemontese. L’italiano diventò prevalente quando i nuovi furono talmente tanti che parlare piemontese sembrò una recita. Paolo Franco, segretario della Fiom, che qualcuno ricorderà, usava raccontare della volta che il calmo intervento di protesta di un terrone portò al cambiamento di lingua. Per vedere il primo segretario non piemontese, non necessariamente migliore dei vecchi partigiani che dirigevano la CGIL negli anni ‘50 e nei primi anni ‘60, ci vollero più di dieci anni.

Oggi nelle riunioni sindacali i nuovi sono meno frequenti che in città e tra i lavoratori. Qualche settimana fa mi è capitato di vedere e sentire un gruppo di persone, intorno a un banchetto, che urlavano slogan contro il direttore dell’Hotel Concord, a due passi da Porta Nuova. Erano uomini e donne, alcune con il velo altre senza; alcuni più chiari, altri più scuri. Erano dipendenti indiretti dell’albergo. Tre ore dopo erano ancora lì. Ho preso un volantino, di un Cub, che spiegava i motivi dell’agitazione. Lotte insieme si possono fare, se si guarda al lavoro com’è e non come vorremmo che fosse. Il lavoro è la condizione prima, forse indispensabile, per l’integrazione.

In Italia, a differenza dal resto d’Europa, il tasso di occupazione dei migranti è stato dieci punti più alto di quello dei cittadini prima della crisi ed è rimasto più alto di qualche punto anche dopo, malgrado la maggiore facilità di essere licenziati per gli stranieri. Resta alto il numero di lavoratori in nero e irregolari, come per i cittadini. Alcune attività, che non possono che aumentare, come quelle di cura, sono svolte spesso da stranieri. L’edilizia, soprattutto di manutenzione, non si annullerà e può tornare a crescere. La maggioranza degli imprenditori edili in Piemonte, spesso lavoratori autonomi, è straniera.

Anche la migrazione interna, da Sud a Nord, verso il Piemonte continua. Ora è soprattutto, ma non solo, di studenti, insegnanti, impiegati. Molti non risultano alle anagrafi come tali perché le famiglie e le residenze qualche volta rstano al Sud, contribuendo al successo dei Freccia Rossa fino a Salerno.

 

Migrazioni in Europa

Si parla delle migrazioni verso l’Europa, dall’Africa, dal Medio Oriente, dall’America Latina, dall’Asia. Non si ricorda, spesso, che le migrazioni interne all’Africa, le deportazioni in Medio Oriente, la migrazione da Sud a Nord nelle Americhe, sono un multiplo dei movimenti verso l’Europa. Qualche volta si tratta di migrazioni secolari, fisiologiche, che fanno parte dell’equilibrio sociale delle aree in cui avvengono, come nell’Africa occidentale (in Senegal esiste un termine per indicare il migrante pendolare: moudou-moudou). Qualche volta si tratta di effetti della crisi dell’agricoltura tradizionale per laconcorrenza dei prodotti sovvenzionati di importazione o dell’acquisto di terra da parte delle Grandi potenze, antiche o emergenti, come la Cina, per riserva alimentare, per basi militari (ce ne sono di nuove, anche turche e cinesi, nel Corno d’Africa). Qualche volta di desertificazione.

Qualche volta si tratta di fughe da guerre vecchie e nuove: tra le nuove la fuga dallo Yemen, bombardato dai sauditi, in una guerra etnica; quella dalla Siria. Tra le vecchie quella dall’Afghanistan. Alcune guerre, in origine, sono guerre civili. Tutte sono promosse e regolate dalle Grandi potenze, in conflitto tra loro.

 

http://hdr.undp.org/en/2013-report

http://ec.europa.eu/eurostat/documents/3217494/5786153/KS-HA-14-001-01-EN.PDF/3862f1cc-75d7-49e5-bca9-37cfe3be4b80/

http://www.iannazzo.it/gizzeria/opere_poesia_fc.html/

 

Francesco Ciafaloni

giugno 2018