home

 

GLI SCOPI DEL SITO

wc logoIl sito Workingclass intende essere uno strumento di studio e di ricerca sui temi del lavoro, delle sue condizioni, del suo senso oggi, delle prospettive di ricomposizione sociale, partecipazione e di lotta delle lavoratrici e dei lavoratori.

La struttura e, soprattutto, la documentazione attualmente presente è un punto di partenza, una sorta di cristallo di agglomerazione, che – se riuscirà a crescere – dovrebbe permettere:

  • Una circolazione di informazioni nella forma di documentazione e di commenti
  • Una organizzazione della documentazione tale da soddisfare uno studio sui temi trattati da parte di chiunque lo intenda fare e da parte del collettivo che gestisce il sito
  • La produzione di vademecum e istruzioni all’uso utili per lavoratori interessati.



Lula operaiLa “CARTA EM DEFESA DA DEMOCRACIA” di Lula

Lo scorso 3 luglio, Lula, dal carcere di Curitiba, ha redatto e fatto circolare un documento rivolto ai cittadini brasiliani dal titolo: “Lettera in difesa della Democrazia”, ecco la traduzione del testo integrale.

Amici e amiche,

è giunto il momento che tutti i democratici impegnati nella difesa dello Stato Democratico e di Diritto, ripudino le manovre di cui sono vittima per far sì che prevalga la Costituzione e non gli artifici di coloro che la disprezzano per paura delle notizie della televisione.

L’unica cosa che voglio è che la Task-Force che si è messa in campo per l’operazione ‘Lava-jato’ (letteralmente: autolavaggio) e che vede impegnati in prima fila la Polizia Federale, Il Pubblico Ministero, il giudice Moro e il Tribunale Superiore della Repubblica, mostrino alla società un’unica prova materiale del fatto che io abbia commesso qualche crimine. Non bastano le parole di un informatore, né alcune affermazioni su powerpoint.

Se ci fosse imparzialità e serietà la mia sentenza non avrebbe avuto bisogno di migliaia di pagine, dato che sarebbe stato sufficiente mostrare un documento che provasse che sono proprietario dell’immobile di Guarujá.

Basandosi su una menzogna pubblicata dal quotidiano O Globo, che mi attribuiva la proprietà di un appartamento in Guarujá, la Polizia Federale, riproducendo la menzogna ha dato inizio a un’inchiesta; il Pubblico Ministero, facendo propria la stessa menzogna, ha costruito l’accusa e, finalmente, sempre fondandosi su quella menzogna che non è mai stata provata, il Giudice Moro mi ha condannato. Il Supremo Tribunale Federale, seguendo la stessa trama, iniziata con quella menzogna, ha confermato la condanna.

Tutto   questo mi porta a credere che non ci siano ragioni per cui io possa avere Giustizia, perché da quello che sto vedendo adesso, dal comportamento pubblico di alcuni ministri della Corte Suprema, quello che succede è la mera riproduzione di ciò che è accaduto nel primo e secondo grado di giudizio.

Per prima cosa, il Ministro Fachin ha ritirato dalla Seconda Commissione della Supremo Tribunale Federale la valutazione dell’habeas corpus, che poteva impedire la mia carcerazione e l’ha rimessa al giudizio dell’Assemblea Plenaria. Questa manovra ha fatto sì che la Seconda Commissione del Tribunale, che, era risaputo, era maggioritariamente schierata contro la detenzione prima del giudizio, concedesse l’habeas corpus. Tutto questo è stato chiaro al momento del giudizio espresso da parte dell’Assemblea Plenaria, dove quattro dei cinque ministri della Seconda Commissione del Tribunale hanno votato a favore della concessione dell’habeas corpus.

In seguito, nella misura cautelare con la quale la mia difesa ha postulato l’effetto sospensivo al ricorso straordinario, per collocarmi in libertà, lo stesso Ministro ha deciso di portare il processo direttamente alla Seconda Commissione del Tribunale, con la sentenza fissata per il 26 di giugno. La questione posta in questo procedimento cautelare non è mai stata affrontata dall’Assemblea Plenaria del Tribunale né dalla Commissione, dato che, in questa si discute se le ragioni del mio ricorso possono giustificare la sospensione degli effetti dell’accordo del Supremo Tribunale, che ha negato di dare seguito al mio ricorso (cosa che è avvenuta alle ore 19.05), come se fosse stata organizzata un’imboscata, dato che l’istanza cautelare è stata data per compromessa e il processo estinto, artificio che, ancora una volta, ha evitato che il mio caso venisse valutato dall’organo giuridico competente (decisione questa divulgata alle 19.40 dello stesso giorno).

La mia difesa ha fatto ricorso sia contro la decisione del Supremo Tribunale sia contro quella che ha estinto il processo dall’azione cautelare. In tutto questo, sorprendentemente, ancora una volta il relatore ha rimandato il giudizio di questo ricorso direttamente al Plenario. Con questa manovra è stata sottratta, ancora una volta, la competenza naturale all’organo giudiziario che dovrebbe trattare il mio caso.

Come è stato dimostrato nella sessione del giorno 26 giugno, quando la mia ingiunzione cautelare è stata valutata, la SecondaCommissione del Tribunale ha espresso la ferma convinzione che è possibile la concessione dell’effetto sospensivo al ricorso straordinario posta in situazione simile alla mia. Le manovre hanno raggiunto il loro obbiettivo: la mia richiesta di libertà non è stata valutata / giudicata.

Dobbiamo chiederci: perché il relatore, in un primo momento, ha rimesso il giudizio dell’ingiunzione cautelare direttamente alla Seconda Commissione del tribunale e, poco dopo, ha inviato direttamente alla Plenaria la sentenza sul reclamo procedurale, che per la legge dovrebbe essere valutato dallo stesso organo collegiale competente per il ricorso?

Le decisioni monocratiche sono state utilizzate per individuare l’organo collegiale che di volta in volta fosse più conveniente, come se non ci fosse nessun impegno sul risultato del giudizio. Questi elementi sono stati interpretati quali strategie processuali e non come strumento di Giustizia. Questo comportamento, oltre a privarmi della garanzia del Giudice naturale, è concepibile solo dal punto di vista di difensori e accusatori, ma è totalmente inappropriato per un magistrato, la cui funzione esige imparzialità e autonomia dall’arena politica.

Non sto chiedendo un favore.

Nel corso della mia vita, dei miei 72 anni, ho creduto e pregato che prima o poi la giustizia debba prevalere per le persone vittime dell’irresponsabilità di false accuse. A maggior ragione, nel mio caso, dove le false accuse si poggiano soltanto su dichiarazioni di delatori che hanno confessato di aver rubato, che sono stati condannati a decine di anni di prigione, nella ricerca disperata dei benefici di una confessione, per mezzo della quale ottenere la libertà e conservare parte del denaro rubato. Persone che sarebbero capaci di accusare la propria madre per averne dei benefici.

E’ drammatico e crudele il dubbio fra continuare a credere che si possa avere giustizia o il rifiuto a partecipare ad una farsa.

Se non vogliono che io sia Presidente, la forma più semplice di ottenerlo è avere il coraggio di praticare la democrazia e sconfiggermi nelle urne.

Non ho commesso alcun crimine. Ripeto: non ho commesso alcun crimine. Per questo, fino a che non presentino una qualche prova concreta che macchi la mia innocenza, sono candidato alla Presidenza della Repubblica.

Sfido i miei accusatori a presentare questa prova entro il giorno 15 di agosto di quest’anno, quando la mia candidatura sarà registrata nella Giustizia Federale.

Curitiba, 3 luglio 2018                                           Luiz Inácio Lula da Silva