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GLI SCOPI DEL SITO

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  • La produzione di vademecum e istruzioni all’uso utili per lavoratori interessati.



indice sviluppo umanoLa pubblicazione dell’Aggiornamento statistico 2018 dell’Indice di sviluppo umano, da ora in poi semplicemente Indice, (vedi primo link) consente, quasi suggerisce, di riflettere sulla divaricazione, quasi contrapposizione, tra la componente economica dell’Indice, l’indice di reddito, e le altre due componenti: l’indice di aspettativa di vita e l’indice di istruzione, a loro volta risultati di un calcolo.

Se si esamina, paese per paese, questa divaricazione, si osserva una tendenza.

I paesi petroliferi e i paradisi fiscali formano un blocco evidente con indice di reddito relativamente alto e Indice relativamente basso. I paesi ex-comunisti formano un blocco altrettanto evidente con caratteristiche opposte: relativamente alto Indice e relativamente basso indice di reddito. Caratteristiche analoghe ha un blocco di paesi dell’America latina che ha avuto governi di sinistra per alcuni decenni.

Le scelte politiche dei governi hanno quindi effetti reali e duraturi sulla vita dei cittadini. La politica non è, o non è soltanto, un gioco a chi vince tra leader che differiscono solo nella propaganda, nell’immagine. E’ anche un confronto sociale reale, che cambia la società.

Qualche informazione sull’Indice

Le formule per il calcolo sono reperibili in rete, ma si tratta soprattutto di accorgimenti aritmetici per far risultare un Indice che varia tra 0 e 1, a partire dal reddito, dall’aspettativa di vita e dall’istruzione. L’Indice viene calcolato per quasi tutti i paesi del mondo (189), salvo alcuni pochi (Nord Corea, Monaco, Nauru, San Marino, Somalia, Tuvalu) per cui il calcolo risulta impossibile.

I paesi sono classificati, a seconda del valore dell’Indice, in Paesi a sviluppo umano molto alto (dalla Norvegia, il 1°, al Kazakhstan, 58 bis); Paesi a sviluppo umano alto (dall’Iran, 60, alla Moldavia, 112); Paesi a sviluppo umano medio (dalle Filippine, 113, al Camerun, 151); Paesi a basso sviluppo umano (dalle Isole Solomone, 152, al Niger, 189). I valori dell’indice vanno dallo 0,953 (il massimo è 1) della Norvegia allo 0,354 del Niger.

Come per ogni indicatore, a partire dallo stesso, abusatissimo, PIL, i modi del calcolo hanno un certo grado di arbitrarietà e vengono aggiornati. Esiste una variante, pubblicata a parte, che corregge per la diseguaglianza, dato che il calcolo è fatto sulle medie. E’ ovvio che non c’è un modo oggettivo di dare un peso alle varie dimensioni del benessere, dello sviluppo umano. E, del resto, dicevamo, dipende da stime e campionature anche il PIL. L’Indice sarà più facile da interpretare per i paesi che conosciamo, che sono ai posti alti della graduatoria da sempre; ci porrà dei problemi per i paesi che conosciamo meno, per cui il valore dell’Indice (e della graduatoria) ci sorprende. Sono proprio le sorprese il contributo maggiore delle pubblicazioni annuali. Sapere che il primo paese al mondo per sviluppo umano è la Norvegia e che Svizzera, Nuova Zelanda, Canada ecc., hanno buone classifiche, non aggiunge molto a ciò che pensiamo di sapere già. Sapere che la Cechia è un gradino sopra l’Italia (27 e 28); o che risultano a sviluppo umano molto alto, l’uno accanto all’altro, paesi diversissimi come l’Uruguay e il Kuwait (55 e 56) o come la Bielorussia e le Bahamas (53 e 54), pone dei problemi.

I limiti degli indicatori

Che il PIL come indicatore del buon funzionamento (anche solo economico) di un paese sia inadeguato, fa parte ormai delle convinzioni di molti. Il PIL misura solo i soldi; è influenzato soprattutto dalla ricchezza dei molto ricchi, che sono pochi ma prendono molto più degli altri. Inoltre somma i soldi che entrano in tasca, per qualsiasi ragione; non sottrae le distruzioni, ambientali o altre, provocate per disporre di quei soldi.

Tutti sappiamo che una catastrofe, nell’immediato, aumenta il PIL: lo aumentano allo stesso modo le spese obbligate per l’emergenza, i cui effetti durano solo pochi anni, e quelle per la messa in sicurezza, per la prevenzione, che hanno effetti positivi duraturi sul benessere dei cittadini. Accanto al PIL bisognerebbe prendere in considerazione i dati dell’occupazione, della sanità, dell’attesa di vita, dell’istruzione, per farsi un’idea delle condizioni dei cittadini.

E’ quello che fa l’Indice, calcolato dal 1990, su iniziativa di Amartya Sen, indiano, e Mahmud ul Haq, pakistano, tenendo conto dell’attesa di vita e dell’istruzione. La pubblicazione di fine anno (vedi primo link) include un indicatore multidimensionale per la povertà, che tiene conto le privazione di rapporti umani e sociali, dell’istruzione, della salute, sulla scia di numerose ricerche, anche italiane (p. es. Chiara Saraceno).

Il Rapporto di fine 2018 fa pensare che, col moltiplicarsi delle diseguaglianze e con l’estensione del numero dei paesi per cui l’indicatore viene calcolato, anche l’Indice complessivo nasconda più che integrare perché é aumentata la sconnessione tra le varie dimensioni. Nello stesso paese (Arabia Saudita, Qatar, o nei paradisi fiscali) cresce la ricchezza dei ricchi, ma non lo sviluppo umano dei lavoratori immigrati, senza sicurezza della vita, della salute, della libertà. In alcuni paesi dell’Europa orientale può essere alto il livello dell’istruzione e dell’attesa di vita, ma difficile l’accesso a beni indispensabili. Delle differenze regionali si può tener conto con rilevazioni apposite, che sono annunciate. Le rilevazioni per classe sociale, che metterebbero in rilievo le diseguaglianze, avrebbero più problemi. Del Rapporto di fine 2018 userò soprattutto un indicatore aggiuntivo, la differenza tra la graduatoria del PIL pro capite e quella dell’Indice, che serve a sottolineare il peso del reddito, e il suo andamento molto diverso da quello dell’attesa di vita e dell’istruzione.

Usare più indicatori per cercare di capire

Un blocco di paesi ad alto o molto alto sviluppo umano sono quelli petroliferi, in cui l’alto valore dell’Indice è determinato soprattutto dal Pil pro capite, trascinato dalla ricchezza delle famiglie regnanti e di pochi altri, mentre l’istruzione e l’attesa di vita dei lavoratori restano basse. Un blocco simile è quello dei paradisi fiscali, che ha un Indice alto per motivi analoghi.

Un blocco che si vede a colpo d’occhio, con caratteristiche opposte (alto Indice e basso PIL pro capite), è quello dei paesi del blocco ex-sovietico, che hanno ereditato uno stato sociale, sia pure in rovina, cui si aggiunge un paese comunista residuo, Cuba, con istruzione e sanità (e quindi durata della vita) ottime ma pochi soldi.

Per analizzare i blocchi in dettaglio si può utilizzare la differenza tra la posizione nella classifica dell’ Indice e quella nella classifica del PIL pro capite, di cui ho parlato. Il Rapporto calcola sistematicamente la differenza nella penultima colonna (vedi primo link).

Si vede subito che gli stati molto ricchi con condizioni di vita cattive dei lavoratori hanno la differenza negativa ed alta. Quelli non ricchi con buone condizioni di vita hanno la differenza positiva ed alta.

Per tornare ai casi citati prima, la Cechia scavalca l’Italia per l’istruzione e le condizioni di vita (la differenza che abbiamo citato è di 28, contro 3). Il Kuwait ha l’Indice che ha per i soldi: la differenza è – 51. Se si guardano le grandi differenze negative si trova l’elenco dei paradisi fiscali e dei paesi petroliferi. Lichtenstein -15; Lussemburgo -13; Emirati arabi uniti   - 27; Andorra -18; Qatar - 36; Brunei - 35; Arabia Saudita - 26; Oman -19; Bahamas -10; Kuweit - 51; Trinidad e Tobago - 28; Saint Kitts e Nevis -19; ecc…

Cuba, che segue immediatamente, ha la differenza a + 43: buone condizioni di vita e pochi soldi. Ma anche molti paesi dell’America latina (Messico, Argentina) e molti paesi ex-comunisti (Montenegro, Croazia) hanno differenze positive alte. Del blocco dei paesi ex-comunisti ho già parlato. Per l’America latina si può ipotizzare che si tratti degli effetti positivi sulle condizioni di vita del periodo in cui i paesi dell’America hanno avuto governi, certo imperfetti, di sinistra: il PT di Lula, in Brasile; Nèstor Kirchner e Christina Fernandez de Kirchner in Argentina; José Mujica, già guerrigliero contro la dittatura, in Uruguay; Evo Morales, il primo presidente indigeno, in Bolivia. Possiamo temere che, col rovesciamento delle maggioranze in tutta l’area (Bolsonaro, insediato in questi giorni, è solo l’ultimo caso) la classifica dell’Indice (e forse del PIL pro capite) cambi radicalmente. Se così fosse, sarebbe la prova che un cambiamento di politica economica ha effetti sociali misurabili, che una politica sociale ed economica, buona o cattiva che sia, è possibile.

I paesi grandi, Stati Uniti (-2), Cina (-9), Federazione russa (9), hanno, per la loro complessità, situazioni più equilibrate. Non stupirà che la Federazione russa abbia una differenza positiva, anche se minore di altri paesi del blocco ex sovietico. Né che gli Stati Uniti e la Cina l’abbiano negativa. Anche per l’India (-5) e per il Pakistan (-14) l’influenza sull’Indice del PIL pro capite è maggiore di quella delle altre determinanti delle condizioni di vita.

Per tarare il significato di “PIL pro capite” sarebbe interessante controllare la distribuzione del reddito nei vari paesi usando i valori del coefficiente di Gini e il rapporto tra i redditi del quintile (il 20%) e del decile (il 10%) più alto e di quello più basso (vedi secondo link). Non sono riuscito a farlo facilmente perché i dati non sono omogenei, non sono disponibili per molti paesi di particolare interesse, come i maggiori paesi petroliferi, e non sempre sono convergenti. Non è un grande risultato dire che la distribuzione dei beni materiali è mutevole, come la luna.

Qualche esempio

Credo di avere insistito abbastanza sui limiti degli indicatori e del confronto tra indicatori, che tuttavia segnalano incongruenze e convergenze che possono aiutarci a non affidarci troppo ad esaltazioni o condanne in blocco, o a informazioni unilaterale. Gli indicatori sono un campanello d’allarme, un invito a mettere a fuoco aspetti trascurati. La differenza tra indicatori che ho usato (la classifica nell’indice di reddito – la classifica nell’Indice) è molto indiretta. Ovviamente non ci dice se in Qatar e Kuweit campano troppo poco e sono troppo poco istruiti per il reddito che hanno o se quelli che campano poco e sono troppo poco istruiti non sono gli stessi che hanno i soldi.

Prendo alcuni casi opposti per mettere a confronto tutti gli indicatori che compongono l’Indice con ciò che apprendiamo dai giornali o dall’esperienza diretta.

Il Venezuela è 78 nella graduatoria dell’Indice (50 posti dopo l’Italia) e ha un’attesa di vita di 77 anni. Ha istruzione disponibile e media più basse di un paio d’anni di quelle dell’Italia. Ha un PIL pro capite che è circa un sesto della Norvegia e della Svizzera e un terzo dell’Italia. Ha anche un’inflazione assolutamente fuori controllo, di milioni per cento l’anno, che toglie significato al valore del PIL. Non si emigra sfuggire alla morte o per cercare istruzione ma per sfuggire alla carestia, prodotta anche dal blocco americano e dalla caduta dei prezzi del petrolio, non solo dalla protervia di Maduro.

L’Ungheria, esempio di autoritarismo crescente, 45 in graduatoria dell’Indice, ha la stessa differenza dell’Italia tra graduatoria dell’Indice e graduatoria economica (3). Ha un’attesa di vita più bassa (76,1 contro 83,2), un’istruzione disponibile minore (15,1 contro 16,3) ma una istruzione media maggiore dell’Italia (11,9 contro 10,3). La dittatura, per ora, non si vede nei numeri.

Ma la bassa istruzione media in Italia rispetto a quella disponibile fa riflettere. E’ solo una eredità del passato? Gli indicatori pongono problemi; non danno risposte globali.

Le differenze di reddito in alcuni paesi

Vale la pena però di segnalare alcuni casi estremi, non aggiornati (fermi agli anni ‘90 del secolo scorso, forniti da Wikipedia in italiano) e i più aggiornati che ho trovato in rete.

Negli anni ‘90 il blocco di paesi ex-comunisti conservava caratteristiche simili dal punto di vista dell’eguaglianza. Se si scorre l’elenco dei paesi che trovate su Wikipedia in italiano, a partire dall’indice più basso, cioè da quelli con differenze minori, dopo Danimarca, Giappone, Svezia, Belgio, si trovano in rapida successione: Repubblica Ceca (5), Slovacchia, Bosnia, Uzbekistan (7,8,9); Ungheria, Macedonia, Albania (11,12,13); Slovenia (15); Croazia, Ucraina (17, 18); Romania, Mongolia, Bielorussia (21,22,23).

Si dirà: per forza! L’Unione Sovietica si era disfatta da pochi anni! C’erano i vantaggi e i, gravissimi, svantaggi del socialismo reale.

Se però si prendono i paesi con minori differenze di reddito un quarto di secolo dopo (vedi terzo link) si scopre che i primi cinque sono Ucraina, Slovenia, Norvegia, Slovacchia e Repubblica Ceca, secondo l’indice di Gini, e Ucraina, Norvegia, Slovenia, Slovacchia e Kazakistan secondo l’Indice. Gli effetti di Tito e della primavera di Praga, cioè dell’uscita dal socialismo reale senza la presa del potere degli oligarchi, si vedono ancora.

Non occorre aggiungere che si può essere eguali nella ricchezza o nella povertà, che l’eguaglianza non è tutto. Ma è pur sempre importante se “Eguaglianza e libertà” e “Libertà ed eguaglianza” sono i principi in cui molti di noi si riconoscono, mentre Gerarchia e Differenza hanno caratterizzato i fascismi. Nè occorre ricordare che alcune eredità vengono da lontano, non solo da scelte politiche relativamente recenti.

Non insisto a commentare dati molto parziali. Si può fare molto di meglio, per il reddito e le ricchezze, in Europa, come ha fatto Luciano Gallino.

 

Francesco Ciafaloni

Gennaio 2019

 

 

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https://it.wikipedia.org/wiki/Stati_per_uguaglianza_di_reddito

         https://www.theguardian.com/inequality/datablog/2017/apr/26/inequality-index-where-are-the-worlds-most-unequal-countries